Il diritto alla stabilità del posto di lavoro non può essere
considerato un diritto umano "elementare": d'ora in avanti
chi crede ancora nel mito del 'lavoro sicuro' non avrà più
a chi rivolgersi, perché dopo la Confindustria, il Governo
e gli stessi sindacati, adesso anche i vescovi bocciano senza
mezzi termini una prospettiva di questo genere. "L'inviolabile diritto
al lavoro - sostiene Marra nella sua 'memoria' difensiva -
attiene piuttosto alla possibilità di concorrere, nella misura
consentita dai propri mezzi e nelle forme consentanee alle
proprie scelte, al 'progresso materiale o spirituale della
società". Insomma, il criterio da preferire è ormai quello
della flessibilità del mercato del lavoro, antitetico al
tradizionale 'posto fisso'. Un'eventuale raccomandazione
potrà riguardare solo il lavoro 'mobile', magari 'part-time'
o addirittura 'interinale'. (FM)
La presa di posizione dei
vescovi contraria al posto sicuro e' contenuta in due documenti,
trasmessi alla Corte Costituzionale, nell'ambito di una
''querelle'' che riguarda il trattamento degli insegnanti di
religione, i quali sono nominati con incarico annuale e di
conseguenza - almeno formalmente - non hanno le stesse garanzie
in materia di stabilita' del lavoro attribuite invece a tutti
gli altri colleghi. E' stato il Tar della Sicilia (sezione
staccata di Catania) a sollevare allora davanti alla Consulta la
questione di costituzionalità relativa alle norme - in
particolare le modifiche al Concordato introdotte con la legge
n. 121/'85 - che discriminerebbero da questo punto di vista gli
insegnanti di religione. Ma a questo punto c'è stata una
''levata di scudi'' da parte della Conferenza Episcopale
Italiana e del vescovo direttamente chiamato in causa in questa
specifica vicenda, l'Arcivescovo di Messina, Giovanni Marra. Sia
la Cei che Marra hanno consegnato ai giudici costituzionali due
pareri (cosiddetti 'pro veritate') in cui si schierano
decisamente contro la logica del posto fisso, in nome di una
necessaria flessibilità.
Mons. Marra - che vanta fra l'altro un'esperienza specifica
in materia di politiche del lavoro, in quanto diversi anni fa
fece parte della commissione pontificia per i contatti con i
dipendenti, incaricata di scongiurare uno sciopero del personale
del Vaticano - sostiene che il diritto alla stabilita' del posto
di lavoro non puo' essere considerato un diritto umano
''elementare''. ''L'inviolabile diritto al lavoro - sostiene
Marra nella sua 'memoria' difensiva - attiene piuttosto alla
possibilita' di concorrere, nella misura consentita dai propri
mezzi e nelle forme consentanee alle proprie scelte, al
'progresso materiale o spirituale della società''. In questi
termini - aggiunge - il diritto al lavoro ''concerne la
possibilità di accedere, mediante adeguata formazione, ai
molteplici modi di esplicarsi dell'attività lavorativa'' e
queste possibilità ''non sarebbero compromesse, anzi, a volte o
per certi aspetti, potrebbero essere favorite da un oculato e
razionale regime di 'mobilita'' dei lavoratori, ivi compresi
quelli operanti nei settori dell'impiego pubblico''. Insomma, il
criterio da preferire e' ormai quello della flessibilità del
mercato del lavoro, antitetico al tradizionale 'posto fisso'. I
concetti formulati da Marra sono ribaditi nella 'memoria'
presentata dalla Conferenza Episcopale, nell'ambito dello stesso
giudizio.
La Cei fa notare che le norme concordatarie possono trovare
un limite alla propria legittimità solo ''nei principi
fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o nei diritti
inalienabili della persona umana''. Questi principi - sottolinea
la Conferenza Episcopale - non sono ravvisabili nel caso in
questione, dal momento che ''non sarebbe possibile assimilare al
diritto essenziale ed assoluto al lavoro tutelato dagli artt. 4
e 35 della Costituzione la pretesa stabilita'''. Tutto questo
tenuto conto - si fa notare ulteriormente - dell'entrata in
vigore del decreto legislativo n. 29/'93 che prevede la
mobilita' nel Pubblico Impiego.
Nei giorni scorsi aveva suscitato polemiche una presa di
posizione del vescovo di Civitavecchia, mons. Girolamo Grillo,
che aveva proposto ai colleghi della Cei di tornare a fare
''raccomandazioni'' per aiutare chi cerca lavoro. Alla luce
dell'orientamento formalizzato adesso dai vescovi, peraltro,
un'eventuale raccomandazione potrà riguardare solo il lavoro
'mobile', magari 'part-time' o addirittura 'interinale'. Quello
fisso, mai.