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Data: 16/06/1998 - Ora: 10:05
Categoria:
Politica
Il ruggito del jet riempie le valli, ma quelle di altre nazioni. Da quest'altra parte dei monti l'eco della
potenza Nato non arriva, se gli albanesi d'Albania applaudono al passaggio degli aerei e sventolano le
armi, i kosovari del Kosovo sprofondano nel silenzio e si tappano in casa.
Il giorno della grande parata si chiude così, senza incidenti, con gli aerei Nato che tornano alle basi, i
radar jugoslavi che smettono di
"illuminarli" e l'impressione che dietro reboanti proclami
tutto si sia svolto nella cornice di una comune, enorme
cautela. Qualche generale della Nato ha detto che i radar dell'Armata federale risultavano spenti, qualche pilota
l'ha smentito poco dopo raccontando di essere stato "inquadrato" quando le alture del Kosovo
cominciavano a farsi più vicine. Tutto qui, il bilancio militare della più vasta "esercitazione" che la Nato
abbia compiuto negli ultimi anni. Quello politico sembra destinato a dipendere da tutt'altro.
Se la reazione jugoslava a questa prova di forza si può racchiudere in una frase, la frase suonerebbe
così: la Nato gioca, viva l'esercito jugoslavo. E' una curiosa coincidenza di quella che fa cadere proprio
il 16 di giugno la festa dell'Armata.
Nel 1876, in quel giorno venne siglata l'alleanza "fra gli eserciti di Stati fratelli, la Serbia ed il
Montenegro", come ieri ha detto Slobodan Milosevic attraverso radio e tv di tutto il Paese.
Prima di partire per Mosca, dove si sta svolgendo la vera partita, il presidente federale ha inviato alle
forze armate un messaggio che tutti i "media" del Paese continuano ad amplificare come se il centro
delle cose si nasconda in quelle parole.
Milosevic si congratula con l'Armata federale, plaude al suo successo "nell'applicazione degli impegni
costituzionali, nel patriottismo e la professionalità che continua a dimostrare". Si dice certo che
l'esercito "continuerà a servire la politica di pace del Paese, a difenderne la sovranità e l'integrità
territoriale".
Nei notiziari l'esercitazione Nato è relegata in fondo, se n'è cominciato a parlare solo nel primo
pomeriggio e come se questa iniziativa nulla avesse a che fare con la crisi del Kosovo.
Eppure la mossa di Milosevic non può essere letta solo in chiave di propaganda: con questo messaggio,
e soprattutto l'enfasi che l'ha accompagnato, il presidente federale sembra voler segnare un'inversione
di rotta nei rapporti con le forze armate. Mai sconfitta sul campo ma sempre costretta a cedere terreno,
l'Armata federale vive ormai da anni una crisi profonda.
Il regime sembra aver scelto la polizia come forza d'èlite, oggi un normalissimo agente guadagna come
un maggiore dell'esercito, la sproporzione di armamenti e mezzi si è fatta sempre più evidente. E con
malessere, cominciano a serpeggiare le diserzioni.
E' di pochi giorni fa la notizia che 367 poliziotti avevano rifiutato l'impiego in Kosovo. Oggi il giornale
d'opposizione "Demokratia" dice che siamo già a seicento. Ma assieme coi guardiani del regime anche
nell'Armata affiora un malcontento che sembra difficilissimo contenere.
Moltissi sono i soldati di leva che accampano ogni tipo di scusa per non essere trasferiti da queste parti e
mettersi a sparare nella Terza Armata. I casi di renitenza si moltiplicano, ci sono giovani che reagiscono
al richiamo dei riservisti scappando di casa e cercando di espatriare. Insomma nell'Armata la tensione è
molto alta, tanto che alcuni osservatori individuano tra i suoi ranghi il germe di una prima, vera
opposizione al regime. Prima di affrontare la nuova fase della crisi, Milosevic sembra voler rassicurare i
militari lasciando balenare la promessa di un trattamento migliore, di un ruolo nuovamente di primo
piano nella politica jugoslava.
Per tentare di farlo, deve intanto evitare che altre iniziative contribuiscano ad abbassare il morale dei
combattenti. Ieri per esempio la polizia è intervenuta in Kosovo solo per bloccare un corteo di donne.
Per l'esattezza tre autobus pieni di giovani madri irate partite da Kragujevac, grossa città industriale del
Sud, per dirigersi fino ai confini della Repubblica.
"Richiamate indietro i nostri figli, non vogliamo che i ragazzi serbi muoiano per il Kosovo", erano le
grida intonate dalle madri. Il programma era di arrivare fino a Pristina per condurre la protesta sotto gli
occhi delle telecamere: qui quegli autobus non sono mai giunti.
La polizia li ha bloccati a metà strada, dalle parti di Leposavic, e quindi dirottati verso Kosovska
Mitrovica, dove qualche ufficiale ha cercato di rabbonire le madri.
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