Pubblichiamo una pagina di Repubblica, a firma di Emanuela Laudisio per parlare di un campione che ha sfidato il tempo con la sua stessa formza ed energia e in tempi non sospetti; una
sfida impari ma riuscita contro la natura. Il mito di Mennea resiste al tempo, eppure fa ancora sognare...
"Per noi resterà sempre quel bianco sgraziato, ingobbito dalla fatica, che sembrava
scivolare malamente fuori dalla curva e che un giorno ne riemerse rubando il tempo
al mondo. Per noi, solo per noi, Pietro Paolo Mennea resterà un dio che con 19''72 a
Città del Messico nel '79 ci fece tutti credenti e che alle Olimpiadi di Mosca nell'80 ci
fece soffrire la medaglia d'oro non come campioni, ma come uomini, fino all'ultimo
istante. Per noi resterà sempre il piccolo italiano che ce la fece contro il mondo e che
per diciassette anni, tanto è durato il suo record nei duecento, ci ha permesso di fare
bella figura con gli altri.
Gli altri avevano i belli, i felici, i vincenti. Quelli che arrivavano sul traguardo perchè il
destino aveva deciso così. Noi avevamo questo ragazzo del sud, di Barletta, mai
amico di nessuno, mai in pace con se stesso, che per correre non aveva nemmeno
una pista, che di sè parlava in terza persona come Cesare. Avevamo il "nero bianco",
come lo definirono. Un atleta dai muscoli di seta, dalla volontà di ferro, e dalla rabbia
feroce. In anni in cui il pianeta era dominato dai campioni scientifici dell'est, dagli
afroamericani fisicamenti strepitosi, Mennea si mise in mezzo, si caricò l'Italia sulle
spalle, anche borbottando, e lavorando come una bestia ci portò lassù, in cima alla
velocità, perchè tutti potessimo guardare la terra dall'alto in basso.
Grazie a Mennea, correvamo. Esistevamo in uno sport, che non era il calcio, che era
lontano dalla scuola, ma che rappresentava la storia dell'uomo. Forse non eravamo
belli da vedere, non avevamo uno stile che viene bene in tv, sempre un po' curvi,
sempre lì a mulinare con le braccia, sempre con quella faccia di chi deve scontare
troppi peccati, ma alla fine ci lasciavamo tutti dietro.
Loro, i perfetti. (EL/MN)
Con Mennea siamo rimasti abbracciati all' idea che non eravamo una
piccolo punto in basso a destra, ma una grande macchia al centro. Mennea ci ha
divisi, come Coppi e Bartali, si è fatto odiare per le sue polemiche, per le sue
contorsioni mentali, perchè non ci voleva apatici e indifferenti, ma anzi ci voleva
sentire schierati sulla sua pelle. Mennea non è stato il campione freddo che produce
record per gli sponsor e per l'audience, ma l'uomo che per vincere ha bisogno di
tutti, che è eternamente in lotta con la vita, con il grande nemico.
Mennea non capiva come il suo grande avversario Borzov potesse sorridere ai
blocchi di partenza. Come fa a essere così sereno?, chiedeva. Per lui davanti c'era
solo la sofferenza, la smorfia di fatica, il lavoro atavico per uscire dal buio della
caverna. Mennea era latino, ma si allenava anche il giorno di Natale, con lui il centro di
Formia divenne l'officina dello sprint e l' allenatore Carlo Vittori l'ingegnere della
velocità. Mennea fino all'ultimo giorno di allenamento ha dato del lei al tecnico
perchè intuiva che non ci può essere intimità e forse amore con chi ti tira fuori tutto,
ma ti fa anche soffrire con dei carichi di lavoro imponenti.
I duecento metri mondiali di Mennea per noi sono stati rabbia e poesia, talento e
geometria, insofferenza e razionalità. E la sua maniera di correrli ci ha sempre fatti
restare appesi al finale, meglio di un film giallo: ce la farà o sarà preso prima del
traguardo? E lui lì ad arrancare, almeno così sembrava, e invece ecco che lui
spuntava dalla curva, ecco che quando lo davano per finito lui cominciava a mangiare
i metri e lì veramente cominciavano a scoppiare i cuori, anche quelli più introversi.
E lui che finalmente aveva combattuto e vinto il mostro interno che lo azzannava
alzava il dito. Non come il padrone che reclama una sua proprietà, ma come uno
schiavo che si libera delle catene e mostra orgoglioso il frutto della sua liberazione.
Non era un'Italia atletica quella di Mennea: jogging, esercizio fisico, palestra non
andavano ancora di moda. E non era un'Italia mentalmente attrezzata ad affrontare
alla pari gli avversari. Con Mennea qualcosa cambiò: il suo record dimostrò che non
eravamo solo un paese pieno di talenti, spesso incompiuti, ma che avevamo anche
la scienza e l'applicazione per costruire un primato che sarebbe durato quasi
vent'anni. Lo sprint non era più Little Italy. In questo Mennea è stato e continua
ancor oggi ad essere la nostra diversità. Ci ha fatti correre, soffrire, vincere. E
soprattutto vivere controvento la nostra fragilità. (EL/Mn)