Quattro sconfitte di fila. Le polemiche di parte della piazza per un derby perso malamente. Una società che ha mal digerito la mezza sommossa e non ha perso tempo per fornire una risposta, a sua volta provocatoria. Ma che non si sa fino a che punto azzeccata nei modi e nei contenuti, se l'effetto deve poi essere quello di mettere ancora più subbuglio ed alimentare ulteriori malumori. Non c'è che dire, insomma. Il mese più nero degli ultimi due anni rischia di alimentarsi di giorno in giorno, di diventare un ciclo senza fine, se non si riacquisterà almeno un minimo di distensione. Per ricominciare a guardare avanti e centrare un obiettivo che non può e non deve sfumare.
Le premesse per continuare a far bene ci sono. Quattro giornate storte possono far sfumare parte di un'eredità, quella dei punti ottenuti nella prima fase del campionato. Ma non si cancellano i contenuti con un colpo di spugna. Forse, allora, la società potrebbe e dovrebbe scendere in campo in altro modo. Indubbiamente, un gruppo che ha risollevato le sorti di una squadra, rilanciando il nome di Lecce sul proscenio del grande calcio, ha il pieno diritto di difendere le sue posizioni e la propria credibilità. Piuttosto che azzuffarsi con i tifosi (la cui contestazione era comunque limitata alla sola prestazione nel derby), però, forse farebbe meglio a scendere i gradini degli spogliatoi e strigliare qualcuno dei suoi uomini…
La squadra accusa preoccupanti cali di concentrazione, infatti, che rappresentano il vero dato sconfortante, pur continuando a giocare spezzoni di gara a discreti livelli. Da un lato, è anche stata incoraggiante la risposta del secondo tempo di Firenze. Il gol è mancato per un soffio, con una staffilata di Giorgetti che ha scosso il palo alla destra di Toldo. Ma la conquista del centrocampo -dovuta anche alla caduta di tono dei viola -, ha avuto tutto sommato una corrispondenza limitata, in zona tiro. L'assedio vero e proprio non c'è stato, sintomo che anche in attacco, ultimamente, inizia a manifestarsi la latitanza di qualche uomo-chiave…
Il problema più grosso, ora, sta nella caratura dei prossimi avversari. Non avendo conquistato punti con formazioni abbordabili, come Inter e Bari, dopo aver sprecato la possibilità di una rimonta con l'Atalanta, fallito anche il tentativo di sfatare la tradizione sfavorevole in casa fiorentina, ora al Lecce non resta che tentare qualcosa di molto simile ad un colpaccio a sensazione. Vale a dire, ottenere il più possibile nelle quasi proibitive sfide con il Milan in casa (da quando è guidato dal tandem Tassotti-Maldini, non ha ancora subito gol…) e al "Delle Alpi" di Torino, tra le mura di una Juve lanciatissima nell'ascesa verso la prima posizione, all'inseguimento della Roma. Insomma, non si può pretendere che il Lecce riesca a far quadrare nuovamente qualcosa nei suoi bilanci solo fra tre settimane, in casa, con il Brescia.
Viene normale, allora, chiedersi: questa situazione non si poteva evitare?
Cos'è piaciuto
A Firenze - come già detto - è stato rincuorante il tentativo di una rimonta nella ripresa. Preso dominio del centrocampo, però, il Lecce si è fatto infilare dalla furia agonistica di un Chiesa strepitoso, ambiziosamente proiettato verso la Nazionale. Piccoli segnali di ripresa, insomma, anche se ancora limitati a piccoli passi. Il Lecce ha bisogno di ritrovare soprattutto convinzione nelle sue capacità in zona rete: troppo poco, anche se molto bello, il fendente di Giorgetti, rispetto ad una ben più grossa mole di gioco costruita.
Cosa non è piaciuto
Singolare e sinceramente bene poco redditizia l'inversione di ruoli tra Giorgetti e Vasari. L'ex barese è l'unico in grado di proporsi centralmente con velocità e destrezza, trovando varchi per sé ed i compagni, mentre collocazione più naturale di Vasari è sulla fascia. Cavasin, invece, ha deciso - inserendo ambedue a gara iniziata - di spostarli nella scacchiera, con il risultato di inibire soprattutto l'iniziativa dell'ex cagliaritano.