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Lavoro/ Altri 3.000 posti a rischio in Campania

Data: 29/07/1998 - Ora: 09:46
Categoria: Politica

Malgrado gli sforzi del governo e i nuovi investimenti annunciati e in arrivo nel Mezzogiorno (come ad esempio i 2.000 posti di Wind, terzo gestore della telefonia mobile), la deindustrializzazione corre veloce in Campania. Un processo purtroppo ancora inarrestabile che potrebbe costare caro ad almeno altri 3.000 lavoratori e cassaintegrati della Regione. In Campania infatti sono decine e decine le imprese, grandi e piccole, che rischiano la chiusura o un drastico ridimensionamento delle produzioni e quindi degli organici. Si tratta in genere di aziende manufatturiere e produttrici di servizi in subfornitura.

Aziende localizzate per lo piu' nelle province di Napoli, Salerno e Caserta, tutte coinvolte da duri piani di ristrutturazione, colpite da cali verticali delle commesse e - addirittura - messe in ginocchio dalla concorrenza spietata di aspre imprese analoghe insediate nelle aree interessate dai contratti d'area e che percio' godono di consistenti sgravi sul fronte degli investimenti e del costo lavoro. L'elenco delle aziende campane a rischio e' davvero lungo e riguarda un po' tutti i settori: tessile, chimico, meccanico, sanitario, persino quello in forte espansione delle telecomunicazioni. Solo l'Italtel di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, questa estate potrebbe lasciare a casa 800 lavoratori in seguito alla chiusura totale dello stabilimento in terra di lavoro, territorio tristemente noto alla cronache per essere stato per decenni il regno incontrastato del clan dei Casalesi che impunemente hanno gestito i traffici illeciti dell'ecomafia. Non va meglio per altre aziende coinvolte nel calo di commesse del settore delle tlc. I casi piu' emblematici riguardano la Sirti, che soffre lo stop al piano per la cablatura delle grandi citta' da parte di Telecom, e per la Cosir, azienda del gruppo Ericsson. In totale, solo tra Sirti e Cosir, a fine estate i cassintegrati potrebbero superare le 540 unita'. Rischiano grosso anche i circa 270 lavoratori posti in cassa integrazione da anni in seguito alla crisi di alcune grandi aziende poste nell'area tra Torre Annunziata e Castellammare, territorio interessato da un contratto d'area che, malgrado sia stato tra i primi ad essere firmato, stenta a decollare. A Battipaglia, in provincia di Salerno, dove anche il turismo e le attivita' economiche legate alla valorizzazione del patrimonio archeologico stentano a decollare, la crisi dell'Alcatel (gruppo chimico meccanico) potrebbe significare gia' alla fine dell'estate altri 210 licenziamenti definitivi e sempre a Salerno sembra senza ritorno la crisi dell'Ideal Standard. Anche qui l'azienda si prepara a chiudere per potenziare lo stabilimento di Brescia, lasciando a casa 200 lavoratori. E' crisi persino alla Pennitalia, la fabbrica produce materiale in fibra di vetro ed e' entrata in crisi da quando un'azienda analoga si e' insediata nell'area del contratto d'area di Manfredonia e Crotone, riuscendo cosi' a realizzare una concorrenza insostenibile. La crisi degli appalti nel Mezzogiorno ha investito indirettamente anche aziende di servizi fornitrici di grandi gruppi come Enel e Olivetti. Alla Fag di Somma Vesuviana infatti rischiano il licenziamento gli oltre 200 lavoratori posti in cassa integrazione gia' da due anni.
Anzi, a questi potrebbero aggiungersi addirittura altri 50 lavoratori attualmente regolarmente impegnati. E l'elenco non finisce certo qui, ma riguarda anche tante altre piccole realta' imprenditoriali come un'azienda chimica di Caivano, in provincia di Napoli, che rischia il tracollo per la grave difficolta' che attraversa l'azienda madre, il gruppo Merloni. Anche in questo caso sono stati denunciati 200 nuovi possibili licenziamenti. Il quadro nero della deindustrializzazione in Campania sembra insomma senza speranza di una immediata e robusta inversione di tendenza, almeno in tempi ragionevolmente brevi. Cosi', almeno 3.000 persone ora rischiano di andare ad ingrossare le file dell'esercito dei senza lavoro e Lsu (17.000 solo nella provincia di Napoli, 33.000 in tutta la Campania). Un esercito di disperati che, senza reali prospettive e certezze per il futuro, rischia di far diventare soprattutto l'area metropolitana di Napoli un'autentica polveriera. E i ripetuti scontri di piazza, non ultimo la clamorosa occupazione del Duomo di Napoli, rappresentano solo la punta estrema e piu' appariscente di un malessere e di un disagio sociale ben piu' profondo e per certi aspetti, incontrollabile.

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