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Kosovo/ Le vittime della guerra, quasi tutti civili

Data: 02/10/1998 - Ora: 11:12
Categoria: Politica

Il Consiglio per i Diritti Umani ha raccolto i dati sulle vittime della guerra nel Kosovo: i morti accertati fino a oggi in Kosovo, cioé uccisi dalle truppe serbe di Milosevic sono ottocentosettantanove, di cui centotrentuno donne, novantacinque minori di diciotto anni, centottantasette uomini oltre i cinquantacinque anni, sessantotto cadaveri non identificabili, il restante uomini di età tra i diciannove e i cinquantaquattro anni. Su tutti questi morti, solo ventuno erano combattenti dell'Uck, quei kosovari che hanno iniziato la lotta armata dopo dieci anni di lotta esclusivamente non-violenta, con relativa risposta armata serba. (FM)

Le vittime sono quasi tutte civili ed ai morti vanno aggiunte seicento persone scomparse (desaparecidos) e trecento-quattrocentomila profughi, di cui circa settantamila ancora fermi all'aperto su trattori e carri, giorno e notte, tutti civili che non trovano posto sotto nessun tetto.

Dall'indagine svolta risulta poi che diversi sono i paesi completamente rasi al suolo. Questi dati raccolti dal Consiglio per i Diritti Umani sono stati confermati e completati da testimoni oculari. Il conflitto armato non è tra la gente, ma tra regimi, dei quali la gente è vittima. Per aiutare la causa del Kosovo, le associazioni "Beati i Costruttori di Pace", "Pax Christi", "Papa Giovanni XXIII" (obiettori in congedo o in servizio della Operazione Colomba nella ex-Jugoslavia), "Campagna per la soluzione non-violenta in Kosovo", "Gavci" (gruppo autonomo di volontariato civile in Italia) e Mir Italia (movimento internazionale di riconciliazione) hanno presentato un documento comune (pubblicato qui di seguito integralmente), per lanciare una "mobilitazione internazionale nonviolenta", con azioni locali varie (convegni, dimostrazioni, concerti...), che dovrebbero culminare con una manifestazione unitaria nella capitale del Kosovo, Prishtina, il 10 dicembre prossimo, cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Si tratta di un'autentica "azione di interposizione non-violenta fra armati", che dovrebbe svolgersi complessivamente fra il 5 e il 13 dicembre.

Qualcuno ha notato, per i cristiani, che esistono "preghiere di intercessione" e "azioni di intercessione". La parola intercessione, infatti, come richiamava il card. Martini in una veglia di intercessione per la pace, significa "incedere inter" (camminare in mezzo"; e diceva che, per una vera intercessione, avrebbero dovuto trovarsi, non solo a pregare in Duomo, ma a camminare tra i gruppi armati in Bosnia.

Questo è ciò che si è fatto e tentato di fare più volte a Sarajevo con la marcia dei cinquecento nel 1992 e seguenti ed è ciò che si cercherà di fare a Prishtina nel dicembre di quest'anno.

E' stato chiarito che non si pretende né si può portare nel Kosovo una soluzione al conflitto pre-confezionata; ma si vuole smuovere la comunità internazionale a intervenire con tre obiettivi: far tacere le armi; dare la possibilità ai profughi di rientrare con sufficienti e concrete garanzie; riaprire il dialogo con l'aiuto di mediatori Onu e altri, magari i Premi Nobel per la pace, come già suggerito per Sarajevo e la Bosnia in passato.

Questo è un obiettivo realistico, anche se non facile. E' ora che i politici si muovano per ragioni umane e non soltanto sotto l'incalzare del rumore sinistro delle armi.

Anche l'Italia, si è detto, è stata assente dal Kosovo nonostante i dieci anni di lotta nonviolenta, guidata dal capo carismatico Ibrahim Rugova musulmano, in contatto con il prete cattolico Giergj Liush.

E' importante, si è ribadito, che la popolazione kosovara senta l'appoggio cordiale e forte del popolo italiano e di altri popoli, chiesa compresa, per una vera soluzione di pace e di giustizia, secondo i diritti umani. "I care!", il titolo del documento comune, intende ricongiungere idealmente la prossima manifestazione a Prishtina con la campagna di don Lorenzo Milani in favore degli obiettori di coscienza al servizio militare. E' lo stesso impegno per un diverso e migliore futuro della intera umanità.

I CARE !
"Nel rispetto dei diritti umani il segreto della pace"
Mobilitazione internazionale non-violenta per la pace e i diritti umani in Kosovo e nel mondo Preshtina
10 dicembre 1998

E' una grande sofferenza quella che caratterizza i giorni di chi ha a cuore la convivenza e la pace nel mondo:

- perché con troppa facilità in molti paesi si ricorre alla violenza armata per la soluzione dei conflitti, sulla pelle di popolazioni già afflitte da gravi problemi;

- perché la Comunità internazionale sembra accorgersi della gravità dei conflitti solo nel momento in cui la parola è già passata alle armi e interviene più con il pronto soccoroso umanitario che con una concorde ed efficace azione politica;

- perché gli Stati continuano a rivendicare ruoli preminenti a livello internazionale attraverso la potenza degli eserciti e la proliferazione dell'atomica, coprendo spesso la fame della gente;

- perché la nostra azione nonviolenta si realizza in modo molto frammentato principalmente nei progetti di cooperazione e di aiuto umanitario ai profughi, ma è poco incisiva politicamente nel prevenire e fermare le guerre.

Eppure mai come in questo momento è così evidente il fallimento del ricorso alle armi per la composizione dei conflitti e mai come ora si fanno i conti con i limiti politici della Comunità internazionale nel costruire e mantenere la pace.

Kosovo. Da più di dieci anni in questo paese è in atto un tentativo di cambiamento culturale della società albanese sulla linea della nonviolenza.

Da più di dieci anni i leaders politici albanesi bussano invano alle porte della Comunità internazionale per trovare una soluzione equa, secondo le leggi internazionali, al grave conflitto in cui si trovano coinvolti.

Ma per la diplomazia degli stati dieci anni di resistenza nonviolenta sono pochi: la non-violenza viene interpretata semplicemente come moderatismo politico e situazione non a rischio. Anche in Kosovo, come in tutte le altre parti del mondo, solo le armi sembrano costringere la macchina internazionale a muoversi e così i focolai di guerra divampano ovunque.

Più di trecentomila profughi su una popolazione di due milioni di abitanti, interi villaggi saccheggiati e distrutti scientificamente, impossibilità di riconciliazione dopo tanti orrori sui civile... E quel che è peggio, la guerra ha innalzato e radicalizzato le reciproche aspettative delle parti (richiesta della indipendenza da parte albanese, repressione sproporzionata da parte serba) e orientato la fiducia della popolazione albanese, esausta e totalmente esasperata per l'immobilismo internazionale, verso la soluzione violenta delle armi. Pochi mesi di scontro armato hanno smosso a livello internazionale più di dieci anni di pazienza e sofferenza.

Così i leaders politici albanesi della nonviolenza, che godevano della totale fiducia della popolazione, ora si trovano in difficoltà per la loro diminuita rappresentatività; militarmente lo scontro armato si è cristallizzato senza risultati politici. Quello che poteva risultare un esperimento pilota per la composizione nonviolenta di tutti i conflitti gravi in atto nel mondo (specialmente in Africa) rischia di frantumarsi.

Nessuno in questo momento in Kosovo ha l'autorevolezza di uscire dalla situazione di stallo e far ripartire il processo di pacificazione. Per questo è necessaria una decisa e corale azione internazionale di società civile, azione che non risponda solamente agli interessi strategici e agli egoismi economici dei singoli stati, quanto ai criteri della legalità internazionale.

Ne va dell'equilibrio di tutta l'area balcanica e quindi dell'Europa intera.

Urge l'intervento dell'Onu con ampio mandato della Comunità internazionale, per raggiungere nel più breve tempo possibile almeno questi tre obiettivi:

1) cessazione immediata di qualsiasi azione armata;

2) rientro dei profughi nelle loro case con garanzia di presenza internazionale;

3) ripresa del dialogo con la presenza della mediazione afficace di rappresentanti dell'Onu e della Comunità internazionale.

10 dicembre 1998: cinquanta anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.

I diritti umani sono la carne e il sangue, la vita quotidiana di tante persone. Non possiamo né solo ricordare, né solo celebrare quel giorno, ma mettere insieme il nostro impegno quotidiano e per tutti.

La guerra è l'espressione più sistematica, più crudele e più istituzionale della violazione dei diritti umani.

Molti gruppi e molte istituzioni all'interno del Kosovo attendono un forte segnale internazionale.

Conosciamo i nostri limiti e la nostra debolezza, ma non possiamo rinunciare alla nostra responsabilità assieme a tutte le persone che desiderano fare qualcosa a fronte dei tanti focolai di guerra nel mondo.

Sappiamo quanto per la riuscita politica della non-violenza sia decisiva la partecipazione vasta della società civile e quanto questa dipenda dalla formazione della opinione pubblica con il coinvolgimento dei mezzi d'informazione.

Proponiamo una grande mobilitazione per i diritti umani in Kosovo e in tutte le altre situazioni di conflitto armato del mondo, dandoci appuntamento a Prishtina il 10 dicembre 1998.

La nostra azione vuole essere una risposta in sintonia con quanti in quel paese hanno lottato e continuano a operare con la nonviolenza per giungere alla pace; in sintonia con le donne e gli uomini che in tutti i territori della Jugoslavia si oppongono alla guerra; in sintonia con tutti i gruppi della società civile che in questi anni sono stati presenti e hanno accompagnato l'esperienza nonviolenta del Kosovo. L'azione vuole sostenere e incoraggiare tutte le persone che si adoperano, con sincerità e con tenacia, nelle istituzioni e negli organismi internazionali preposti alla costruzione e al mantenimento della pace, per la soluzione politica nonviolenta dei conflitti gravi.

La mobilitazione si caratterizzerà e si realizzerà attraverso tutte le attività di singoli e gruppi:

A) per coinvolgere i mezzi di informazione;

B) per sensibilizzare la società;

C) per valorizzare tutti i gesti e le iniziative delle singole persone e delle istituzioni per contribuire alla pressione politica sugli stati e sugli organismi internazionali;

D) per coordinare la presenza e la permanenza di gruppi di monitoraggio e di accompagnamento dei profughi in Kosovo.

La situazione nei Balcani in questo momento è molto critica e in continua evoluzione; per questo la mobilitazione va costruita senza assolutizzare alcuna scelta.

Siamo coscienti dei tempi strettissimi, ma non possiamo rinunciare al tentativo di rispondere a una emergenza che in Kosovo è già drammatiCa in vista del prossimo inverno.

Ci rivolgiamo con fiducia a tutti perché ciascuno dia il contributo che gli è possibile. FINE

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