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Kosovo/ L'ultima tragedia jugoslava

Data: 24/03/1999 - Ora: 11:33
Categoria: Politica

La tragedia è all'ultimo capitolo, il più complesso, inestricabile e doloroso. Si consuma dal 1992 l'agonia della vecchia Jugoslavia da cui sono già nati, con un parto sanguinoso e difficile, quattro nuovi stati: Slovenia, Croazia, Bosnia e Macedonia. Ma perché tutto sia finito, finalmente, c'è ancora un cordone da tagliare, quello che lega il Kosovo albanese alla Serbia. La difficoltà incontrata dalla comunità internazionale nel trovare una soluzione accettabile al problema della popolazione albanese che vive all'interno della Serbia nasce dal fatto che il Kosovo non è una semplice provincia: è il cuore pulsante, vivo della coscienza nazionale dei serbi. Dal 1300 al 1700 la sede del patriarcato ortodosso era a Pec in Kosovo, i maggiori santuari e monasteri sorgevano egualmente nella regione; soprattutto a Kosovo Polje si è combattuta la "gloriosa sconfitta" contro gli ottomani che è costata ala nazione serba cinque secoli di dominazione. Belgrado può accettare, anche se con rabbia, l'amputazione dei territori abitati dalle nazionalità slovena, croata e bosniaca; ma non può neppure immaginare che zone che costituiscono il senso stesso della sua identità storica e culturale diventino un altro Stato. Non a caso il presidente serbo Slobodan Milosevic il 25 giugno del 1989 proprio dal Kosovo lanciò il progetto della Grande Serbia che ha scatenato la tragedia dei Balcani. (MN)

La cessione del Kosovo è una eresia politica che nessun serbo, neppure moderato, potrebbe permettersi se non al prezzo della sua cancellazione dalla scena politica. E Milosevic, grande manipolatore di nazionalismi, lo sa bene. Dall'altra parte della barricata c'è una ragione egualmente forte: quella dei due milioni di kosovari che si sentono indissolubilmente legati ai confratelli dell'Albania e che, essendo il novanta per cento della popolazione, si considerano come vittime di una inaccettabile occupazione. La storia delle vessazioni nei confronti della minoranza albanese si intreccia con la creazione stessa del regno serbo, nel 1913. La giovane nazione serba, grondante di furori patriottici, orgogliosa di aver spezzato l'antico impero ottomano, guarda con rancorosa ostilità quella minoranza musulmana che occupa i posti sacri della propria epopea.
Durante la lunga dittatura di Tito i rapporti tra le due comunità hanno conosciuto una fase di tregua. L'uomo che aveva creato la Jugoslavia moderna sapeva essere spietato come tutti i comunisti usciti dalla caldaia della Rivoluzione, ma anche dosare con il bilancino i tasselli delle etnie. A Pristina fu creata una università autonoma in lingua albanese che divenne rapidamente il santuario del nazionalismo e delle richieste di autonomia, culla del primo movimento indipendentista. Proprio i moti studenteschi esplosi a Pristina nel 1981 e originati da motivazioni economiche (la povertà della regione, le cattive condizioni di vita e di lavoro) diedero il via alla lotta secessionista del Kosovo. Il bilancio ufficiale degli scontri fu di una decina di morti, ma fonti ufficiose parlano di 250 vittime. Il caso Kosovo era ufficialmente aperto, nelle coscienze e nei fragili equilibri su cui si reggeva la finzione della Federazione Jugoslava.
Il programma di pacificazione e omologazione etnica della provincia è stato attuato da Milosevic con una precisa pianificazione: chiusura di giornali e radio, soppressione dell'uso della lingua albanese, obbligatorietà dell'alfabeto cirillico, licenziamento di decine di migliaia di dipendenti albanesi del settore pubblico, chiusura del Parlamento e abolizione delle forme locali di autogoverno. Contemporaneamente le milizie degli ultranazionalisti, i feroci apostoli della superiorità serba di Seselj, hanno attuato un programma di pulizia etnica analogo a quello sperimentato in Bosnia: attraverso violenze, sequestri, uccisioni lo scopo era di provocare la fuga in massa della popolazione albanese per sostituirla con i coloni serbi provenienti dalle zone perdute della Bosnia e della Croazia. Un mostruoso scambio di popolazioni in cui profughi cacciavano altri profughi con la legge darwiniana della forza. Questo piano che ha dato vita a un nuovo, tragico tipo umano (il cosiddetto popolo delle montagne) è responsabile della ondata di immigrazione clandestina rovesciatasi sulle coste italiane con il fragore periodico di una marea.
La prima reazione della popolazione albanese, riunita attorno alla Lega democratica del Kosovo guidata da Ibrahim Rugova, è stata quella della resistenza passiva. Intanto, come avviene per tutti i popoli perseguitati, veniva creata una società parallela e clandestina, dotata di scuole, servizi, partiti, sindacati. In Kosovo vivevano due mondi separati da un solco di odio: un Paese ufficiale amministrato dai serbi e un contro-Paese, vietato e perseguitato, che si esercitava a fare da solo. E che, per questo, compiva i passi verso la proclamazione dell'indipendenza. Il 26 settembre del 1991 la sfida dei kosovari divenne aperta, clamorosa, bruciante: si svolse addirittura un referendum clandestino sulla proclamazione della sovranità della regione che ha dato una schiacciante maggioranza di sì.
Il 19 ottobre il Parlamento clandestino proclamò il Kosovo stato sovrano e indipendente, e il 24 maggio del '92, dopo una campagna elettorale clandestina, si tennero elezioni che elessero Rugova presidente-ombra. I serbi, che con gli accordi di Dayton hanno raggiunto un fragile accordo con la comunità internazionale sull'assetto della Bosnia, hanno reagito inasprendo la repressione. Si è innescato così un circuito infernale che ha rafforzato anche tra le file degli albanesi le ragioni di chi ritiene la resistenza passiva ormai superata e inutile, e ha deciso di passare alla lotta armata. E' nato così l'Esercito di liberazione del Kosovo, braccio armato dell'indipendentismo che, finanziato dalla diaspora albanese (ma anche attraverso il mercato della droga), ha iniziato una guerriglia via via più intensa contro le truppe serbe.
La linea adottata dalla comunità internazionale nei confronti del problema del Kosovo ha ricalcato tutti gli errori e le incertezze che hanno azzoppato anche la penosa vicenda bosniaca. Si è passati da lunghe fasi di indifferenza al ricorso a minacce di un intervento armato nei confronti di Belgrado tanto più roboanti quanto destinate palesemente a rimanere teoriche. La linea diplomatica occidentale ha finito per rafforzare gli oltranzisti kosovari, certi di poter ormai giocare la carta dell'indipendenza, e nello stesso tempo quelli serbi, altrettanto sicuri che le minacce della Nato fossero un bluff. Il lunghissimo negoziato svoltosi a Rambouillet nel febbraio scorso ha dato il segno concreto di questa impotenza diplomatica: in assenza di un accordo tra le parti tutto è stato rinviato a un nuovo vertice. Alla fine, a furia di minacciare Milosevic che era "l'ultimo avvertimento", è giunta l'ora di mostrare le carte.

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