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Equo canone/ Parte domani la riforma degli affitti

Data: 30/11/1998 - Ora: 12:39
Categoria: Politica

Domani la svolta, salvo imprevisti, per gli affitti, quando la Camera metterà l’ultimo timbro alla riforma per le abitazioni. Dopo venti anni e quattro mesi di servizio, l’equo canone scompare. Proposto dal governo Andreotti a Natale del 1976, dopo un anno e mezzo di sosta in Parlamento, con in mezzo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, l’equo canone fu approvato a fine luglio del 1978 con una maggioranza schiacciante, trecentosessantanove sì e settantasette no: i sì dei cinque partiti di Solidarietà nazionale, con il Partito comunista italiano per la prima volta assieme a Democratici cristiani, socialisti, repubblicani e socialdemocratici. (FM)

La legge, però, è sembrata, sin da subito, figlia di nessuno e, per i venti anni successivi, è stata esposta al pubblico ludibrio, unico capro espiatorio della crisi del mercato delle abitazioni. Dopo trent’anni di blocco dei fitti, la Corte costituzionale aveva detto basta, ma non era possibile superarlo passando subito al mercato libero: con l'inflazione a due cifre, un’impennata degli affitti avrebbe provocato tensioni sociali, acute rivendicazioni salariali e effetti deleteri sulla scala mobile, senza risolvere il problema che, essendo il costo del denaro salito alle stelle dopo la crisi energetica del 1973 e i mutui erano diventati troppo salati, l’inquilino non avrebbe potuto rimborsarne l’onere, come negli anni '50 e '60, con il pagamento mensile dell’affitto. Il mutuo poi copriva una quota sempre minore del prezzo finale della casa, rincarato per il rarefarsi delle aree edificabili, i primi contratti "pesanti" degli edili e altri fattori. Era, cioé, tutto un modello di investimento immobiliare che andava in frantumi.

Di questo erano coscienti non solo i piccoli proprietari "poveri diavoli" rappresentati dal giovane avvocato dell’Uppi Pippo Mannino, ma anche la potente Confedilizia del presidente Gianfilippo Delli Santi che ben prima dell’equo canone, il 18 marzo 1976, dichiarava all’inviato economico del "Messaggero", Vittorio Emiliani: «Anche noi oggi siamo contro la liberalizzazione degli affitti. Con lo sblocco, le tensioni sociali salirebbero a livelli imprevedibili». Si sentiva dunque la necessità di un provvedimento che fissasse i parametri per calcolare un canone sopportabile, abbandonando senza traumi il regime di blocco. Fu dunque inevitabile l’equo canone, ma non quella legge che il Parlamento ratificò, deludendo le aspettative di riforma: ottantacinque articoli ingarbugliati e pieni di trabocchetti, con falle vistose nella "parte economica": il costo base a metro quadro, su cui calcolare l’affitto, era enormemente più elevato per le case nuove e periferiche, meno apprezzate dal mercato.

La nuova legge, ben più leggera (1quindici articoli) si occupa, però, solo di "residenze", non di negozi e uffici, affidati ancora alle norme del ’78 ed è costruita tutta attorno a due tipi di contratto, uno a fitto libero, durata quattro anni con, al termine, un’ampia gamma di ragioni per non concedere il rinnovo (se al proprietario serve casa per sé o per i parenti in linea retta fino al secondo grado, se vuole venderla ecc.).

L’altro contratto, durata tre anni più due, con le stesse possibilità di negare il rinnovo, gode invece di un canone negoziato fra sindacati degli inquilini e dei proprietari e dunque più contenuto. La "concertazione", paroletta magica dell’economia italiana di fine millenio, irrompe così anche negli alloggi in affitto. Il legislatore predilige questa seconda strada, incoraggiando il padrone di casa con uno sconto Irpef-Irpeg del 30 per cento e tassa di registro ridotta. E’ la grande, positiva svolta: usare il fisco come elemento di indirizzo. Il canone sarà accordato dalle parti secguendo una "convenzione nazionale".

"Poiché la rendita catastale è un criterio di valutazione assai inaffidabile e la sospirata riforma del catasto - ammette Visco - non sarà pronta nemmeno per il 2000, ecco che potrebbero anche tornare utili i coefficienti di calcolo del vecchio equo canone, seppure come indicazioni di massima, da adattare poi alle diverse realtà territoriali, migliorati e integrati.

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