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Data: 10/06/1998 - Ora: 10:10
Categoria:
Politica
Il Vesuvio, infatti, è l'unico vulcano attivo dell'Europa continentale ed ha una storia
poco rassicurante essendo caratterizzato da eruzioni miste di tipo sia esplosivo che
effusivo (lenta emissione di lava).
Ad aggravare la situazione, il fatto che il vulcano è situato in un'area di grande
mobilità tettonica, tra il bacino del Tirreno, in espansione, e l'Appennino, due zone
interessate dai movimenti di convergenza tra la zolla euroasiatica e quella africana.
Proprio questo scontro tra zolle è il responsabile dell'attività vulcanica del Vesuvio.
I suoi cicli di attività sono abbastanza conosciuti, perché documentati dalla geologia
dell'area e, per i tempi piu' recenti, dalla storia.
Se si pensa che tra coloro che hanno lanciato l'allarme c'è il vulcanologo Franco
Barberi - ora sottosegretario alla Protezione Civile - c'è poco da stare allegri.
In uno dei suoi studi, Barberi afferma che l'attività ciclica del Vesuvio sia la
conseguenza di un afflusso quasi costante di magma ad una camera magmatica
situata tra i 3 e i 5 chilometri di profondità.
La quantità di magma accumulatosi dal 1944 fino ai giorni nostri potrebbe provocare
un'eruzione di entità inferiore solo a quella del 1631.
Un altro studio, di Flavio Dobran, pubblicato su Nature nel '94, ha tentato di
determinare il rischio che deriverebbe da flussi piroclastici per tre differenti tipi di
eruzione.
Il risultato - spaventoso - è che eruzioni di tipo pliniano e sub-pliniano porterebbero
alla distruzione completa di un'area di 7 chilometri di raggio attorno al Vesuvio, in
soli 15 minuti. In quell'area risiede all'incirca un milione di persone.
Come per i terremoti, l'individuazione delle aree a rischio e la prevenzione
urbanistica e architettonica sono le strade da percorrere per ridurre il rischio
naturale. Anche in questa direzione la comunità scientifica ha fatto notevoli
progressi. Attualmente esistono diverse simulazioni al computer sui potenziali effetti
di una eruzione del Vesuvio.
Non sappiamo come e quando il Vesuvio si risveglierà: in ogni caso sarà bene non
farsi cogliere impreparati.
I livelli su cui agire dovrebbero essere diversi: nuovi criteri costruttivi, l'arresto
dell'abusivismo edilizio, l'istruzione e l'esercitazione della popolazione, la
costruzione di rifugi.
LA STORIA
Otto le eruzioni di tipo pliniano così definite le eruzioni esplosive catastrofiche,
determinate dall'effusione di magma frammentato, ricco di acqua - da quella,
incerta, detta di Codola, circa 25.000 anni fa, fino all'ultima, quella di Pompei, del
79 d.C.-
La simulazione al computer, combinata all'analisi del regime dei venti della regione,
fornisce la zona del rischio per la ricaduta di materiale eruttivo.
Un tale magma, con la diminuzione di pressione dovuta alla risalita verso la
superfice, forma una miscela col vapore. L'espansione di quest'ultimo fa raggiungere
alla miscela una velocità di centinaia di metri al secondo. Un vero e proprio jet
fuoriesce dalla bocca del cratere, formando la cosiddetta "colonna pliniana", che
può raggiungere quote di 50 chilometri e durare per ore. Essa trascina con sé
frammenti di magma, cenere, porzioni del condotto vulcanico e del cratere, che
ricadranno a varie distanze.
Se poi, per l'ampliarsi della bocca eruttiva (crollo del cratere) o per altre cause, la
colonna pliniana collassa su se stessa, si formano i cosiddetti "flussi piroclastici":
valanghe roventi di materiale eruttivo e gas a temperature anche superiori agli 800^
centigradi, che precipitano per gravità lungo i fianchi del vulcano a velocità elevate
(fino a 100 metri al secondo), percorrendo distanze anche dell'ordine dei chilometri.
Fu un flusso piroclastico a seppellire Pompei ed Ercolano.
Oltre alle grandi eruzioni pliniane, del Vesuvio si conoscono anche un certo numero
di eruzioni sub-pliniane, come quella del 1631, che distrusse Torre del Greco con un
flusso piroclastico, causando la morte di 4000 persone.
Entrambi questi tipi di eruzione segnano l'inizio di fasi secolari di attività intensa,
ma ad energia minore.
La vita del Vesuvio sembra caratterizzata da cicli in cui una forte eruzione iniziale
libera il condotto vulcanico ( che connette la camera magmatica al cratere) dal
tappo di lava consolidata che si era formato alla fine del ciclo precedente.
Si apre quindi un periodo a "condotto aperto", durante il quale il magma trova una
via di uscita senza accumulare grandi pressioni. Questo ciclo si chiude con il
collassamento e il crollo del condotto, e con la formazione di un vero e proprio
tappo lavico.
Segue un periodo di quiescenza, durante il quale il magma, trovando il condotto
bloccato, accumula pressione nelle camera magmatica e nel condotto di risalita, fino
alla successiva eruzione esplosiva.
La fase iniziata con l'eruzione sub-pliniana del 1631 sembra essersi conclusa con
l'eruzione del 1944, ed e' ben documentata.
Molti furono i suoi testimoni, anche illustri. Lord Hamilton, ambasciatore di Sua
Maestà Britannica alla corte di Napoli, descrisse con scrupolo scientifico alla Royal
Society di Londra le eruzioni dal 1756 al 1794.
Goethe ritrasse su tela il Vesuvio in eruzione.
L'abate Stoppani e altri studiosi locali lasciarono dettagliate descrizioni
naturalistiche.
LA COMUNITA' SCIENTIFICA
Nel 1841 - per volere di Ferdinando II di Borbone - venne costruito sulle pendici
del vulcano l'Osservatorio Vesuviano, il primo al mondo nel suo genere.
La quantità di informazioni ci consente oggi di suddividere questa fase di attività "a
condotto aperto" in 18 cicli minori, abbastanza regolari. Questi "sottocicli" iniziano
con un'attività fumarolica, seguita dall'innalzamento del fondo del cratere e
dall'effusione lenta di lave (che puà durare anche mesi).
Il ciclo minore si chiude con una eruzione esplosiva od effusiva - di potenza sempre
minore a quella che ha segnato l'inizio della fase principale - che svuotando il
condotto ne provoca il crollo. Segue un periodo di riposo che dura alcuni anni, il
tempo necessario al magma per riaprirsi una via nel condotto collassato.
Durante la Seconda Guerra Mondiale alcuni piloti inglesi bombardarono il cratere
del Vesuvio, sperando ingenuamente di causarne l'eruzione. Ovviamente, il vulcano
non reagì.
Fu solo nel '44, quando Napoli era in mano agli Alleati, che il Vesuvio eruttò per
l'ultima volta, apparentemente chiudendo un ciclo durato tre secoli. Da allora il
vulcano è in quiete, il suo condotto di alimentazione ostruito, il cratere tappato da
lava consolidata per uno spessore di circa tre chilometri.
A questo punto si potrebbe sperare che questa quiete sia l'inizio di una fase
d'estinzione.
Purtroppo, la storia del Vesuvio è caratterizzata da lunghi periodi di quiescenza,
che non indicano affatto la cessazione dell'attività eruttiva. Inoltre, le reti di
monitoraggio installate sul vulcano rilevano una dinamica in atto, anche se non
intensa.
Un'intensa attività viene svolta dalla comunità scientifica e dall'Osservatorio
Vesuviano, che è all'avanguardia quanto a metodi e tecniche utilizzate.
Numerosi dati geofisici e geochimici vengono rilevati dalle reti strumentali, allo
scopo di individuare eventuali fenomeni premonitori di un'eruzione. Innanzitutto
viene monitorata l'attività sismica del vulcano, dovuta al movimento di fluidi
magmatici nel condotto e alle fratture nelle rocce circostanti indotte da quel
movimento. In secondo luogo vengono osservate le eventuali deformazioni del
suolo, un'altro segnale associato all'attività vulcanica.
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